La città della Legalità, incontro in memoria di Angelo Petracca

Non è stata una cerimonia come tante. All’Istituto Comprensivo Polo 3 di Casarano, diretto dalla prof.ssa Rita Augusta Primiceri, si è tenuto, lo scorso 30 aprile, un incontro dedicato ad Angelo Petracca, carabiniere originario di Casarano morto nell’adempimento del suo dovere. In aula c’erano gli studenti della 3ªB, coordinati dall’insegnante Orsola Panarello, referente del progetto. C’erano le istituzioni, le associazioni, e c’era Giuliana Petracca, sorella di Angelo: la memoria fatta persona, seduta di fronte a dei ragazzi che quella storia la stavano scoprendo forse per la prima volta.

Chi era Angelo Petracca

Angelo Petracca era di questa terra. Un uomo del Sud che aveva scelto la divisa, il servizio, il rischio quotidiano come forma di fedeltà a qualcosa di più grande di sé. La sua storia è entrata nelle aule del Polo 3 non come dato biografico da imparare a memoria, ma come esempio da interrogare: cosa significa scegliere la legalità quando è difficile? Cosa costa, ogni giorno, stare dalla parte giusta?

Gli ospiti e le testimonianze

All’incontro hanno partecipato il Capitano Aldo Cargiulio, comandante della Compagnia dei carabinieri di Casarano, il sindaco Ottavio De Nuzzo, l’avvocato Francesco Capezza, responsabile del presidio Libera di Casarano, e l’avvocato Pamela Lecci, presidente dell’associazione consultorio diocesano di ispirazione cristiana. Ha portato la sua testimonianza anche il dottor Gianluca Fattizzo, in rappresentanza dell’Associazione Nazionale Carabinieri sezione di Casarano.

Ma il momento più intenso è stato quello di Giuliana Petracca. Raccontare suo fratello davanti a una platea di ragazzini richiede un coraggio particolare. Quel tipo di coraggio che non ha niente di eroico e tutto di umano.

I ragazzi protagonisti

Gli studenti della 3ªB non sono stati semplici spettatori. Hanno preparato poesie, interventi, riflessioni. Hanno preso parola. In un’epoca in cui si fatica a tenere l’attenzione di un adolescente per più di trenta secondi, vederli costruire e restituire un discorso sulla legalità e sulla memoria è già una notizia in sé.

La giornata si è chiusa con un gesto concreto: la donazione di un libro alla biblioteca scolastica. Perché il ricordo di Angelo Petracca non restasse legato a una sola mattina, ma diventasse qualcosa a cui tornare.

“Sono un carabiniere”: il testo che ha colpito la platea

Durante l’incontro è stato letto un testo scritto in prima persona da un carabiniere in pensione, dal titolo “Sono un carabiniere”, che ha attraversato l’aula come una corrente. Non un discorso istituzionale, ma un monologo interiore: la fatica di bussare alle porte con notizie che spezzano le famiglie, il peso degli stivali sporchi di fango, la paura vera prima di entrare in un vicolo buio, i figli abbracciati troppo forte al ritorno dal turno. E poi: “Ho paura. Voglio scriverlo, nero su bianco. Ho paura”. Una frase che in bocca a un carabiniere suona diversa da come ci si aspetterebbe. Più vera.

Il testo si chiude con una riga che vale come sintesi dell’intera giornata: “Non per la gloria. Ma per te”.

Una domanda che resta

Alla fine, la domanda che ha aperto l’incontro era ancora lì, sospesa: “Io da che parte sto?”. Non è una domanda per ragazzini. È una domanda per tutti. E il fatto che a porsela siano stati degli studenti delle medie, in una mattina di primavera a Casarano, è forse la cosa più importante da raccontare.


Riportiamo integralmente il toccante testo scritto da un carabiniere in pensione e letto, nel corso dell’incontro, dagli alunni del Polo 3. Nella speranza che possa essere letto e divulgato il più possibile…

“SONO UN CARABINIERE”
(A chi guarda, ma non vede. A chi giudica, ma non sa)
Scrivo queste righe mentre la città dorme, in quell’ora sospesa tra la notte fonda e l’alba, quando il silenzio è così pesante che ti fischia nelle orecchie. Mi sono appena tolto gli stivali. Sono pesanti, sai? Non solo per il cuoio o la suola rinforzata. Sono pesanti per il fango che ho calpestato, per i vetri su cui ho camminato, per i passi che ho dovuto fare verso porte che avrei preferito non aprire mai.

Sono un Carabiniere.

Per te, forse, sono solo una sagoma scura in una gazzella che passa veloce con i lampeggianti blu che tagliano il buio. Per te sono una multa, un posto di blocco, un volto severo sotto un berretto rigido. A volte sono “lo sbirro”, a volte sono l’eroe, a volte sono il nemico. Ma se tu potessi, anche solo per un istante, scucire questa divisa e guardare cosa c’è sotto la pelle, vedresti un cuore che batte all’impazzata, pieno di cicatrici che non sanguinano fuori, ma che bruciano dentro.

La gente crede che l’addestramento ci insegni a non provare emozioni. Che la disciplina militare ci renda di pietra. Dio, quanto si sbagliano. La divisa non è un’armatura che protegge l’anima; a volte è una spugna che assorbe tutto il dolore del mondo.
Ho visto cose che mi hanno tolto il sonno per anni.
Ho visto l’asfalto bagnato di pioggia mescolarsi al rosso di una vita spezzata troppo presto, tra le lamiere di un sabato sera qualunque. Ho dovuto raccogliere gli oggetti sparsi di un ragazzo che non tornerà più a casa — un telefono che continuava a squillare, con sopra scritto “Mamma”. E quella è la parte più difficile. Non il sangue. Non il pericolo. Ma quel telefono che suona. Perché sai che dall’altra parte c’è una voce che tra poco urlerà un dolore così disumano da far tremare i muri.

E tocca a me. Tocca a me salire in macchina, guidare piano verso quella casa, togliermi il cappello, suonare il campanello e distruggere la vita di qualcuno. Ho bussato a porte sapendo di essere l’angelo della morte. Ho retto madri che mi sono crollate addosso, ho incassato pugni di padri disperati che volevano colpire il destino e hanno trovato solo il mio petto. E io sono rimasto lì, fermo, “Nei Secoli Fedele”, ingoiando le mie lacrime per lasciare spazio alle loro.

Sono un Carabiniere, ma sono anche un padre.

Quando torno a casa e i miei figli corrono ad abbracciarmi, li stringo forte, così forte che a volte si lamentano. Loro non sanno che li stringo perché un’ora prima ho visto cosa può fare la cattiveria umana a un bambino. Li annuso, cerco il profumo dell’innocenza per cancellare l’odore acre della paura e della violenza che mi si è attaccato addosso durante il turno.
Mia moglie… mia moglie ha imparato a leggere i miei silenzi. Sa che quando torno e fisso il vuoto con la tazzina del caffè in mano, non sono arrabbiato con lei. Sono solo rimasto incastrato in un ricordo. Lei vive con la paura costante, quella vibrazione sottile che sente ogni volta che esco di casa. Sa che il mio “a dopo” è una promessa, mai una certezza. E ogni volta che la televisione parla di una sparatoria, di un inseguimento, il suo telefono trema nelle sue mani in attesa di un mio messaggio. “Tutto ok”. Due parole che valgono una vita.

C’è chi dice che lo facciamo per lo stipendio.

Davvero? Pensi davvero che si possa rischiare di prendere una pallottola o una coltellata per uno stipendio statale? Pensi che stiamo sotto la neve a regolare il traffico, o in mezzo al fango delle alluvioni a tirare fuori anziani dalle case, per i soldi? No.
Lo facciamo per quella fiamma che portiamo sul cappello.

Una fiamma che brucia dentro.

Lo facciamo per la signora anziana che ci chiama perché si sente sola e dice che ha sentito dei ladri, solo per avere qualcuno con cui parlare dieci minuti. E noi restiamo.

Lo facciamo per lo sguardo di terrore di una donna che finalmente trova il coraggio di denunciare il suo aguzzino, e quando vede gli alamari sulla nostra giacca, capisce che non è più sola. In quel momento, io sono il suo scudo. Sono la barriera tra lei e l’inferno.
Ma ho paura.

Voglio scriverlo, nero su bianco. Ho paura.

Quando la radio gracchia “codice rosso”, quando scendiamo dall’auto in un vicolo buio dove non sai cosa ti aspetta, le gambe tremano anche a me. Il cuore mi sale in gola. Penso alla mia famiglia. Penso “e se oggi fosse il giorno?”. Ma poi respiro, metto la mano sulla fondina, guardo il mio collega — mio fratello, perché questo diventiamo — e andiamo avanti. Il coraggio non è l’assenza di paura, è la capacità di dominarla perché sai che c’è qualcosa di più importante della tua stessa pelle: il dovere. La giustizia.

Portiamo un peso enorme. A volte ci spezziamo anche noi. Ci sono colleghi che non hanno retto, che hanno lasciato che il buio vincesse, e il loro ricordo è una ferita aperta in ogni caserma d’Italia. Piangiamo i nostri morti in silenzio, con compostezza, perché la divisa impone dignità anche nel dolore più atroce. Ma dentro, dentro urliamo.

Quindi, se mi vedi per strada, non guardare solo l’uniforme.
Guarda gli occhi. Sono occhi che hanno visto il peggio dell’umanità, ma che cercano ancora disperatamente il meglio.

Sono un Carabiniere.

Sono quello che corre verso il pericolo quando tutti gli altri scappano. Sono quello che veglia sulla tua casa mentre tu sogni.
Sono un uomo, con le sue fragilità e i suoi peccati, che ha giurato di difenderti a costo della vita.

E stasera, mentre mi stendo nel letto e chiudo gli occhi, prego solo di avere la forza di farlo ancora domani. Di essere ancora quella linea sottile tra il caos e l’ordine.
Di essere, ancora una volta, fedele.
Non per la gloria. Ma per te.
Un Carabiniere.